Blog Calciomercato.com: #BARVxL: Settembre, andiamo. E’ tempo di…

Poco importa. O sì? Il Sole non è più nel Leone, già da un po’. Non è per quello né che in quel periodo dell’anno devo conteggiare un altro punto alla mia età anagrafica, sperando sempre che la mia convinta resistenza a che quella biologica la segua più svogliatamente, soffermandosi ancora ad annusare la vita, non sia andata attenuandosi nel raffrontarsi con gli immancabili problemi e le possibili delusioni che si accumulano, anch’esse senza riposo alcuno.

A crearmi un lieve senso di disagio, o di non appartenenza temporale, non sono certo le pale dei fichi d’india pieni di frutti dalle tre sfumature di colori che crescono in questi luoghi e di cui assapori la polpa, accidentata dagli innumerevoli semi, di quel dolce che riconosci grato perché ti fecero da companatico nei tempi economicamente poveri dell’infanzia, quando essere “carruggiaro” veniva sibilato con un po’ di disprezzo, da chi non viveva in quei vicoli stretti dove si creavano comunità naturali e crescevi in perfetta fratellanza con gli altri bambini, sotto gli occhi vigili e amorevoli degli adulti, indaffarati nel quotidiano sopravvivere, mentre uomini, segnati già da giovani dalla fatica, erano già spariti, a che il primo albeggiare li trovasse già vicini ai terreni distanti da coltivare e accudire, perché bene primario da cui trarre sostentamento in cambio di sudore in grande abbondanza.

E cosa li facesse sorridere ancora, seduti davanti alle porte, nelle stellate sere d’estate, con un piatto di cibo tra le mani a conversare in quei momenti, dove il vociare insistente della televisione dai molti programmi odierni era ancora impensato, lo ignoro, anche se allora lo sentivo naturale. Adesso penso che in parte fosse il sollievo di quella fatica quotidiana ormai alle spalle, solitaria o quasi, appena divisa con il mulo, fattosi paziente – senza più il carico addosso e senza altre incombenze che l’attesa – libero e a mangiucchiare cespugli, e il cane, accucciato nell’ombra vicina, dopo il consueto e indaffarato vagabondare tutto intorno, a godersi gli odori e a pisciarvi presenza e dominio, poi allo scaldarsi del giorno, a rincorrere lucertole e immaginare di volare dietro gli uccelli, veloci e beffardi nello sfuggirgli, accontentandosi di impaurire ronzanti mosconi ed eleganti farfalle, che fuggivano anch’essi in un gioco di ruoli e destini. O, forse, il sollievo era dato da quella sorte comune ritrovata alla sera e che il roco chiacchiericcio sommesso, tra i bocconi, fosse a rassicurarsi che quella era la veramente vita.

Forse, a rendermi inquieto, è l’avvicinarsi del confine che chiude questo spazio temporale appena vissuto che diventerà quasi irreale quando il traghetto lascerà Palermo e le luci del porto, in ondeggianti riflessi nell’acqua, spariranno pian piano allontanandosi nel buio della notte. Mi addormenterò con un libro o della musica nelle orecchie, facendomi cullare dalle vibrazioni del motore in movimento e, il giorno dopo, deciderò se avrò sognato quel tempo, andando verso quello a venire, così differente, o me lo farò durare ancora un po’, con le conseguenze che comporta il giocare maneggiando rimpianti.

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  • EDUCAZIONE SESSUALE E SCRITTURA

Quando scrivo, normalmente comincio a mettere giù una nota per, magari, affrontare una fase di scrittura più seria, in un futuro ipotizzato prossimo, che è, probabilmente, già ammantata di poca credibilità attuativa, dato che, poco dopo, le buone intenzioni, se buone poi sono, verranno sostituite da altro di più imminente e, le note, immancabilmente smarrite, come già scrissi, a meno che non siano state memorizzate su un supporto digitale. Qualche volta, però, le parole mi trascinano con loro: un rapimento bello e buono, spesso neppure ostile, che mi conduce in altri luoghi e, pure, in altri tempi. I soli luoghi possono essere immaginari, ma capita di rado: qualcosa ha stimolato la fantasia e provi a comporre un quadro, più o meno credibile. Invece, quando ti trovi a muoverti nelle situazioni già vissute e nei luoghi di quegli avvenimenti, accade altro. Mi trovo davvero in quel luogo e in quel tempo, perduto al presente. Mi chiedo, adesso, che cosa rimanga di me agli occhi di chi mi osserva distratto. Sono una figura evanescente? Un essere seduto su una panchina, su un marciapiedi, su un sasso o un ovunque contornato da una nebbiolina che sfuma le cose, pure sotto un sole cocente?

Quello che io avverto sono profumi, odori, voci, rumori, volti e tutto quello che mi gira dentro le parole che si formano, forse, perfino mio malgrado. Ma intorno a me non so se qualcosa si avverta del mio altrove dove il mio corpo immobile invece sta viaggiando. Immagino che tutto sia catalogato come comprensivo della stranezza umana, sotto qualche sguardo appena distratto dal proprio esistere.

Perché tutto questo girovagare senza apparente costrutto? Senza un dunque? Perché mi sono reso conto che quello che tanti tra voi definiscono come piacere, puro o spurio che sia, a me risulta pericoloso e forse è un po’ che pure ne diffido. Quella specie di trance che mi coglie, mentre vago dietro le parole, mi lascia leggermente stordito quando riemergo tra le cose che mi circondano tornando nel reale. Mi accade anche quando leggo. Certo che sì, per fortuna più spesso di quanto preveda, ma lì non corro il rischio di imbattermi in me stesso e di inseguirmi con qualcosa di più famelico che la conoscenza narrata: quella vissuta.

Certo, sommando tutte le fermate di autobus e metrò mancate, perché ero tra le righe di qualcosa ad inseguire pensieri, fatti, avventure, amori, delusioni, piaceri e tanto altro, che mi avevano trascinato in altri luoghi, ben diversi da dove mi trovavo fisicamente, anche leggere comporta una parte di problemi. Ma vale comunque e sempre la pena farlo.

Un paio di giorni fa, mentre scrivevo ancora qualcosa da, eventualmente, pubblicare sulle pagine di questa community, se fossi riuscito a darvi un senso compiuto, le incombenze mi hanno tratto fuori dalle profondità in cui mi trovavo, ho raccattato in fretta lo zaino e sono andato a cercare un oggetto che mi serviva. Solo il mattino dopo mi sono accorto che la mia macchina fotografica era rimasta su quella panchina e adieu!

Perché è accaduto tutto questo? Perché non so scrivere organizzandomi come tanti. Facendo, magari, ricerche mirate a ciò che intendo scrivere. Un inizio, uno sviluppo, una conclusione. Credo che la parola magica, quella che dovrebbe risolvere tutto si chiami sinossi.

Ho concluso che è la poca e pessima educazione sessuale impartitami da piccolo a rendermene ostica l’adozione, nonostante possa risolvere tanti dei piccoli problemi che mi portano a cazzeggiare anche scrivendo, anziché affrontare con la giusta concentrazione un argomento, mettendolo bene a fuoco ed esponendone le riflessioni tratte.

A dire la verità, a quel tempo, l’educazione sessuale era impensabile e, praticamente, inesistente, a parte la poco velata diffida a non disperdere il seme, pena una più o meno istantanea cecità che ci avrebbe colpito come conseguente atto punitivo, forse divino, il cui rischio affrontavamo con molto coraggio, spinti da ormoni sessuali superattivi, quando non completamente impazziti. Cosa che ci stimolava pure nello studio della matematica: infatti, quando uno dei compagni, inaspettatamente, entrava in classe con un paio di occhiali, scattava subito in noi il tentativo di calcolare, approssimativamente almeno, quale fosse stato il limite superato dal giovane collega, rapportandolo alle nostre perfomances personali, magari rivalutando tale soggetto, fino al giorno prima considerato un semplice secchione, per lo sprezzo del pericolo dimostrato.

L’altro punto non toccato direttamente, ma solo con allusioni dispregiative, era quello dei comportamenti sessuali non ufficialmente conformi a quello che la “pubblica opinione”, spesso molto ipocrita, si aspettava, almeno in apparenza. Quindi, l’omosessualità, che ancora adesso fa tanta paura, così diversa dalla conformità. Insomma un po’ come l’esplodere del rock nell’ambito della musica leggera tradizionale, a quel mio tempo, e colpevolmente minoritaria, anche se l’accostamento a ben guardare, sconcerto a parte, non è affatto attinente e, se non stessi cazzeggiando, cosa che permette un po’ di tutto, dovrei cancellare e riscrivere dopo un’auto tirata d’orecchi – perché, forse, ci potrebbe essere trasmessa con facilità, a meno di un buon distanziamento sociale, magari, come imparato ben prima del covid19, con l’isolamento e la più sicura ghettizzazione, ci veniva indicata come disgustoso pericolo da cui tenersi, anche intellettivamente, lontani.

Che c’entra la sinossi? E qua vi volevo! Sinossi. Sostantivo femminile! Capite adesso? È chiaro, no? Ah, no!? Normalmente, la “i” finale indica un plurale e pure maschile. Qua, invece, ci troviamo di fronte a questo sostantivo, nato maschile, che si sente invece tanto femminile da richiedere un articolo spudoratamente conseguente. In più, a renderlo ancora più pericoloso è quell’inquietante plurale: non si accontenta, più modestamente, di chiamarsi “la sinosso”, cosa che lo manterrebbe sessualmente inquietante ma, almeno, circoscritto. No, pretende perfino un potenziale plurale: un nulla e ci troviamo circondati da sinossi in ogni dove, diventate magari impudenti e non più facilmente ghettizzabili!

Ed ecco spiegato il perché io non so scrivere decentemente: la mancanza di un’adeguata educazione sessuale nel periodo della prima giovinezza che mi impedisce una scrittura organizzata anziché tendente al cazzeggio!

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La giovane donna con il cane. Con lei scambio uno sguardo fugace e un sorriso passeggero, a mo’ di muto e mutuo saluto, nei casuali appuntamenti che il fato mi procura in queste giornate calatine. Entrambi si muovono con passi sincronizzati dall’amicizia, trasmettendo un acquietante momento di serenità che vorrei portare con me, immagazzinandolo bit dietro bit da ricomporre in immagine ad assecondare un estivo piacevole ricordare, magari nel freddo inciampo di un giorno invernale milanese o mentre la radio mi nutre di parole di apprensione da mandare giù con un tè miscelato al momento, o un Illy decaffeinato, ristretto estraendo solo la prima delle due tazze portate dalla caffettiera. Però, sarebbe imbarazzante da spiegare, l’esigenza di una foto per l’inquietarsi dell’anima.

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  • RONDINI, ZANZARE, ABBAZIE…

La linea del cielo è disegnata sulla seconda catena di colline dalle cime degli alberi e dagli spazi rubati a loro dal cemento, che espone, immagino, tetti e terrazze in illogici accostamenti da edilizia della prepotenza, in attesa di politici accomodanti e dei loro condoni. Un cielo genuinamente terso, finalmente, e un caldo attenuato da un’arietta impudente, che ottiene risultati anche in ore non più mattutine, mi rendono meno lunghe le distanze, identiche ma un po’ più faticose, misurate nei giorni del caldo più intenso.

I salici hanno fremiti di vita mentre un venticello ne percorre il fitto fogliame e un bicchiere di carta, rumoroso e perfino giocoso, volteggia inelegante, abbandonato al disuso perenne in quest’angolo dove le macchine non arrivano ma gli imbecilli, frastornanti e maleducati, probabilmente vi incontrano i loro simili.

Sono venuto a salutare questi salici che hanno regalato sempre un po’ di ombra al mio sostare, dopo tanti passi vagabondi e, spesso, senza meta precisa, rinfrancandomi di parole, passate o attuali, di libri o giornali, e chiacchiere interiori, seduto su panchine strategicamente posizionate. Di giorno vi è pace e ci vengo a sbrogliare pensieri, neppure complessi: è solo un po’ il vezzo di avere perplessità delle cose perfino laddove la vita ha segnato precisi confini alle norme. Ad arare parole e parole sui libri, sperando che nasca qualcosa, magari anche solo un sollievo da un tempo che non riconosco, o che non so vivere, in troppa follia.

Forse è il pericoloso avvicinarsi della partenza che mi ha di colpo svuotato di valore le mie sicurezze, il mio appartenere e le mie identitarie complessità. O forse è indecente quello stupore che mi coglie ancora nel non trovare nello specchio il mio viso bambino e tutta la fatica di adeguare in pochi battiti di cuore tutti gli anni trascorsi da quel volto, prima di uscire ad incontrare il mondo piccolo delle necessità quotidiane.

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Mentre raggiungevo questo luogo, mi sono accorto, improvvisamente, che non vi sono rondini a garrire percorrendo le rotte aeree di questi circoscritti cieli calatini. Sono andate via anche loro? E da quanto?

Effettivamente, non ne ho viste, affacciandomi su quel rimasuglio di orti, sopravvissuto chissà come o perché, in quel tratto di Circonvallazione che viene ancora identificato come “sutt’a ‘badìa”, dove lo spagnoleggiante sostantivo rivela, solo a chi sa guardare e può ricordare, i resti, ormai resi irriconoscibili di una vecchia abbazia. In quel punto, in cui mi affaccio di solito, passando, a guardare piante di fichi d’india, con la base ormai resa legnosa dagli anni, e alberelli di agrumi, in equilibrio su un terreno scosceso, su cui mani umane hanno ricavato scomodi viottoli per raggiungere piantine di pomodori macchiate di rossi frutti, sull’altro lato della strada è rimasto un pezzetto di terreno, terrazzato a circa quattro metri dall’asfalto, delimitato da una strada, recente e che sale verso l’antico centro cittadino, e dalla sequenza di case incollate tra loro fino alla successiva, più breve, ripida salita di affaticanti gradini. Vi abitano ancora, in quel piccolo appezzamento, che doveva far parte di un più esteso orto curato da persona incaricata o dalle stesse suore, un cotogno e un maestoso albero di fichi, in primo piano e sporti quasi sulla Circonvallazione, un tempo appena snello stradone e malamente asfaltato, dove allora, da giovani alberelli, vedevano passare i contadini con le loro bestie, nel buio appena messo in difficoltà da lampade di poca potenza, in attesa che da oriente iniziasse a mostrarsi un po’ di chiarore che avrebbe disegnato un po’ meglio il sentiero da fare, sottraendolo al nero muro compatto del buio, verso le campagne circostanti.

Appena dietro, a far loro compagnia, su altri piani, piccoli terrazzamenti larghi come stretti corridoi, uniti da una scalinata approssimativamente ottenuta con terra e sassi, vi sono altre piante, di mele ed altro, e si intravede, pure, una panchina in pietra, dove sostare all’ombra, a riposare le ossa e la mente e dove anch’io mi immagino a sorseggiare parole da un libro, distraendomi solo per staccare dal fico qualche frutto di quelli maturi, per trarne dei dolci momenti. Rivedendo davanti agli occhi il cotogno, pieno di grossi e pesanti frutti gialli, e subito mi soffermo a ricordare la marmellata di mele cotogne che mia madre preparava per l’inverno, non ricordandone il sapore ma spendendo comunque una manciata di doveroso rimpianto, mi ricordo che stavo parlando delle rondini che non vedo più volare su questi spazi. Affacciandomi verso la valle, le vedevo volare perfino più in basso, rispetto al parapetto da cui osservavo: loro, instancabili a caccia di insetti, e alcuni piccioni, dagli occhietti inquietanti e che si limitavano a volare per tragitti definiti, per posarsi su rami o cemento, quasi che fosse la stessa cosa. Adesso soltanto i piccioni vi tracciano rotte a me indifferenti.

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Ed ecco, ricordo il motivo per cui ho notato l’assenza delle rondini: in modo un po’ interessato per il pratico beneficio che traiamo dal loro continuo e famelico lavorio nel catturare e inghiottire insetti, tra cui le indisponenti zanzare. Giorni prima ero stato costretto alla fuga dall’insistenza con cui nugoli (a me tali sembravano) di zanzare banchettavano con il mio sangue, che sembravano apprezzare molto, attaccandosi alle caviglie e alle braccia. Quando, arrendendomi indifeso, ho deciso di chiudere la mensa, o banca del sangue, numerosi ponfi, pruriginosi ed arrossati dal mio disperato grattare, erano già in bella evidenza.

Mi era tornato in mente che da piccolo questo problema non lo vivevo. Vi erano sì le insistenti mosche a infastidire, posandosi ovunque, magari dopo avere frequentato ambienti poco igienici, per cui le si teneva fuori casa e si aveva degli oggetti da porre sui piatti preparati in anticipo sull’ora del pasto e delle tende – come veli, per fa passare l’aria ma non le mosche, appesantiti in basso, per tenerli bene in verticale – nella parte interna delle porte. Ma di zanzare non ne ricordo. Così, come nei primi anni di ritorni estivi, per il periodo di ferie, questo, l’assenza di zanzare, intendo, era uno dei motivi piacevoli, anche se non ai primi posti, da conteggiare tra altri di peso maggiore.

Allora, però, il cielo era pieno di stridii e le rondini numerosissime erano parte dell’esistenza, sin da quando tornavano a riappropriarsi dei loro nidi, sotto le tegole dei tetti delle vecchie case o, con l’arte ingegneristica che possiedono, sotto i balconi. Aggiunti ai numerosissimi passeri, facevano un lavoro di pulizia davvero efficace. I pesticidi di un’agricoltura molto intensa e, in parte minore, la caccia, riguardo altre specie, hanno impoverito i nostri cieli da questi simpatici conviventi alati. Ed ecco che i minuscoli vampiri la fanno da odiosi padroncini succhia sangue. D’accordo, questa descrizione si attaglia anche a qualche imprenditore che approfitta con leggerezza di leggi e norme contrattuali che gli permettono di improntare un rapporto di lavoro spingendolo quasi fino a limiti simili alla schiavitù, ma non era davvero intenzionale, da parte mia. Eppoi, per quanto i sindacati, negli ultimi decenni sono stati poco efficienti nella difesa di diritti fondamentali, credo che, in quel campo, le rondini poco potrebbero fare di meglio.

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Parlando di letture, spesso mi imbatto in persone con cui ho amabilmente chiacchierato dei reciproci interessi e curiosità in fatto di libri e relativi autori in cui, io che non ho basi scolastiche e che ho appena una cultura bastante al quotidiano, faccio incetta, oltre che di impressioni altrui, se non anche conferme di quelle mie, di nomi e titoli nuovi, di cui mi propongo di approvvigionarmi e fare conoscenza, non appena possibile. Dette persone, non appena, però, accenno alla mia passione anche per la “letteratura gialla” (insomma, thriller, polizieschi, detective stories…), perfino chiedendo (ma come oso solo pensare che…?) se anche loro ne siano in qualche modo, se non affascinati, coinvolti in minima misura, mi osservano come se si fossero accorti improvvisamente che quella che stavano per addentare, pregustando di portare alla bocca un’oliva condita alla meridionale, in realtà si era rivelata essere una blatta. Certo, di casi di tale palese disgusto ne ho vissuti poco tendente al niente ma di boccucce improvvisamente storte, a farfugliare proteste rispetto all’accostamento di tale genere con la letteratura, tante.

Ad un livello ben superiore, ricordo perfino un articolo di Eugenio Scalfari, in tal proposito, a cui rispose argutamente Tecla Dozio, fondatrice di “La Libreria del Giallo – La Sherlockiana “. Adesso, non voglio riportare le opinioni di altri, che a ben altro livello ne hanno discusso, ma fare alcune riflessioni su quanto mi piace leggere, tra cui anche quel genere e, udite udite!, anche alcuni fumetti, nonostante l’età e consapevole che anche molti altri della mia generazione lo fanno.

Il piacere della lettura, spesso, oltre che all’interesse oggettivo per un qualche argomento, che ci porta a divorare nozioni e accumulare informazioni da elaborare, è anche direttamente corrispondente alla qualità della scrittura. Una bella storia scritta male rimane una bella storia, ma limita la quantità di gusto che si prova nel leggerla. L’esempio più lampante potrebbe essere quello di un libro in lingua straniera con una traduzione di buona fattura e una un po’ superficiale.

Adesso, giusto per colpa di quest’ultimo esempio, non vi citerò autori stranieri del genere, o che vi si sono cimentati con successo, come Rex Stout, quello che mi ha dato l’imprinting per quel tipo di letture, la cui qualità più invidiabile era quella della cura per la definizione dei suoi personaggi (Nero Wolfe, Archie Goodwin, Fritz Brenner, Saul Panzer…) che mi hanno fatto compagnia, quasi ricercatamente esclusiva, nelle vacanze di fine anno, in un’epoca decisamente passata, allungate opportunamente per godermi in completa rilassatezza la cucina di mia madre e l’ultima raccolta in formato omnibus di un suo libro, che mi auto-regalavo a Natale e che leggevo di ritorno all’intimità di casa mia, ma trasferito mentalmente e del tutto piacevolmente in quella casa in pietra arenaria a New York. Né di Manuel Vazquez Montalban, della sua Barcellona e il suo personaggio Pepe Carvalho, o di Jean-Claude Izzo, e il suo personaggio Fabio Montale nella “Trilogia marsigliese”, tra i profumi dei loro pasti e le avventure dei loro personaggi, pretesto per raccontare la società in cui li facevano esistere. O i bayous della Louisiana, narrati da James Lee Burke, giusto per viaggiare da quelle parti e sentirne anche la cultura creola, tra francese, inglese, acque morte, pesci gatto e gamberi a volontà.

Perché dovrebbe essere minore e negletta la scrittura elegante e ironica di Raymond Chandler per le storie del suo Philip Marlowe, nella Los Angeles hollywoodiana? E perché, nelle torride giornate d’estate non andare a trovare Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist nella fredda Svezia descritta da Stieg Larsson nella sua trilogia Millennium, tra neonazisti, criminali feroci e sentimenti variegati e rapporti non semplici, giusto per dare un po’ di refrigerio inquietante alle nostre insopportabilmente calde giornate, trattando pure temi socialmente scottanti e attuali? Non cito volutamente il Maigret di Georges Simenon perché, come le ciliege, troppo numerosi e dispersivi nell’allungare la riflessione, ne trascinerebbe con sé.

Giusto, parliamo di qualche italiano. Una mia amica mi regalò un libro di Camilleri, di cui non avevo letto ancora nulla del suo Montalbano, e fu subito quasi amore. Le storie, come sempre pretesto per raccontare di tutto, e il contesto amatissimo per tanti aspetti, come i sapori e i profumi. Per me siciliano fu un modo di ricordare, leggendo e rileggendo, posti e situazioni che mi appartenevano. Quindi un po’ scontato che così fosse, per quel che mi riguarda.

Chiederei però a Ginni Nuresse, che ama scrivere e che magari non apprezza il genere, se ha mai provato a leggere i libri di Marco Vichi e del suo commissario Bordelli, ambientati nella sua amata Firenze al tempo dell’alluvione e subito dopo, con gli anni e le storie che si susseguono e s’incatenano, contestualizzando anche storicamente le vicende. Magari, se non incantato dalle descrizioni, un po’ intrigato potrebbe esserne. Io ne aspetto sempre l’uscita di un nuovo libro ed è sempre un piacere rassicurante quanto ciò accade.

La Padova dell’Alligatore di Massimo Carlotto. La Bologna di Loriano Macchiavelli e del suo Sarti Antonio, quella di Grazia Negro o dell’ispettore Coliandro di Carlo Lucarelli, della Guerrera di Marilù Oliva. La Quarto Oggiaro, a Milano, di Gianni Biondillo e del suo poliziotto Ferraro con frequentazioni dall’infanzia non proprio consone, però belle e funzionali, al suo essere ispettore. La Bari di Gianrico Carofiglio, del suo avvocato Guerrieri e della Lolita Lobosco di Gabriella Genisi. La Genova di Bruno Morchio e i carruggi dove fa muovere Bacci Pagano. La Napoli dei personaggi di Maurizio De Giovanni. La Palermo di Santo Piazzese…

Basta, man mano che vado avanti mi accorgo dei tanti altri non citati e non ha senso neppure andare avanti se quello che volevo chiarire, o riaffermare, è che io tengo molto alla qualità della scrittura, perché questo stimola e aiuta l’attenzione e la comprensione della mia lettura, nonché quel relativo sottile piacere che mi fa provare il leggere un buon libro o, per meglio dire, un libro che a me sembra buono. Spesso una storia di quel “genere” è appena un pretesto per narrare la società e il modo di leggerne le fasi storiche, di riannodare fatti a valutazioni originali e di contestualizzarli nella città in cui si vive e dove fanno muovere i loro personaggi, caratterizzati più o meno con quello che gira loro intorno realmente.

Spostandoci su un altro campo di scrittura, come quello sportivo: leggere Gianni Brera, magari perfino pensando che stesse prendendo un abbaglio, come a posteriori qualche volta ammetteva lui stesso, non vi dava la sensazione che nelle righe di quelle colonne di giornale scorresse anche buona letteratura?

Come ho già scritto, gli anni passati a scuola sono stati davvero troppo pochi per poterli considerare altro che utili appena alla sopravvivenza intellettiva e non negherò che l’approccio all’”Ulisse” di Joyce, ad esempio, non ha portato a nulla di buono, avendolo abbandonato quasi subito. So benissimo che di alta letteratura si tratta. Non sono stato in grado di decidere neppure se si tratta di buona scrittura, visto che non mi ha stimolato a continuarne la lettura. Di altri, di qualsiasi genere si tratti, potrei affermare che, invece, di quello si tratta.

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  • CALCIO, INTER, INZAGHI…

Forse, affrontando il precedente argomento per parlare di un genere di letture che a me piace, sono andato un po’ troppo in là, facendo paragoni che raffrontano presunti giganti e supposti nani ma senza alcuna volontà di livellarne le altezze con qualche gioco di prestigio narrativo. Solo la volontà di difendere il diritto di leggere quello che a ognuno pare che valga la pena.

A questo punto mi piacerebbe riprendere il mio ruolo ancor meno sicuro di allenatore di calcio e cominciare ad analizzare con senso molto critico l’attuale situazione in casa Inter senza capire ancora se chiedere la testa di Simone Inzaghi, che reputo bravo e pure simpatico, possa portarmi ad essere considerato uno che ne capisce o meno. La partita di champions era troppo facilitata dall’avversario per capire se i meriti dei miei nerazzurri avessero un peso reale.

Domenica gli avversari saranno i ragazzi dell’Udinese che stanno viaggiando come treni e noi possiamo farli deragliare o restarne investiti in modo fatale (stavo scrivendo “drammatico” ma di calcio sto parlando e me ne sono accorto in tempo). Tre sconfitte in sole sette partite potrebbero voler dire che siamo squadra che non può competere seriamente per il titolo. La pesantezza delle movenze dei nerazzurri fin qua è stata punto dolente con avversari di uguale spessore e ambizione, dove anche qualche scelta rivelatasi non proprio azzeccata ci ha portato a subire già due sconfitte e solo sporadiche viste sul bel gioco espresso nell’ultima stagione.

Credo che la migliore condizione atletica non sia arrivata con la puntualità voluta, ed è difficoltà non da poco, ma sono arrivati calciatori che possono essere pedine importanti per alleggerire un po’ la stagione dei sempre e comunque titolari. Questo mi aveva fatto pensare, e lo penso tuttora, che ce la possiamo giocare anche per il vertice della classifica per cui il Milan è favorito ma che io posizionavo quasi alla nostra stessa altezza qualitativa e che, con i rossoneri e il Napoli, avremmo fatto gruppo di immediati inseguitori dei bianconeri di Torino. Adesso la realtà dice che Napoli e Milan volano, anche in champions, e che i bianconeri stanno soffrendo un imprevisto pessimo avvio di stagione, anche se numericamente hanno subito poche reti e non hanno ancora perso alcuna partita. Contro il Benfica ho visto solo l’ultima mezz’ora e pensavo che il risultato sarebbe stato ben più punitivo dell’1-2 finale. Questo per dire del livello di precisione delle mie previsioni.

Essendo un campionato anomalo, con un prima e un dopo rispetto al mondiale a cui non parteciperemo noi italiani, anche affermare che la preparazione non è quella appropriata, parlando dell’Inter, ma anche un po’ della Juve, non mi sento di farlo: se come allenatore lascio parecchio a desiderare, come preparatore atletico sono proprio a digiuno di qualsiasi conoscenza, quindi, non me la sento di criticare le scelte di professionisti anche se mi generano qualche perplessità. Ad esempio, avere le gambe pesanti adesso per volare in primavera è sensato? Forse per il campionato, se non si riesce a comprometterne le sorti già da ora. Se minime sono, parlando dell’Inter, le probabilità di sopravvivere in champions alla fase a gironi, arrivarci pure senza la brillantezza di avversari ben più forti, non è controproducente, come si è visto contro il Bayern, dove per lunghi tratti vi era in campo solo la squadra tedesca?

Ad ora, non so neppure se Lukaku sarà davvero l’elemento che ci farà fare quel decisivo balzo verso la vetta. Come operazione di mercato è stato affascinante vederlo tornare indietro verso la casa di mamma Inter seguendo le mollichine milionarie a ritroso. È vero amore? Sì! Boh! Che mi frega? Aspetto dei risultati sul campo. Questo non mi ha fatto ancora capire, però, se Inzaghi trarrà giovamento da un ritrovato Lukaku o se rivoluzionare il gioco divertente della passata stagione, anche se con una lunga pausa causata dall’usura fisica e mentale, ci porterà verso una dannata dannosa instabilità. È una bestemmia dubitare? Il ragazzone mi è molto simpatico ma dell’Inter sono innamorato. Vedete voi.

Inzaghi va messo sotto pressione ad ogni difficoltà? Questo aiuta l’ambiente nerazzurro o solo i tifosi che possono sfogare in qualche modo il forte disappunto subito dopo l’entusiasmo estivo? In champions ho visto un buon Onana, cosa che mi ha fatto sorridere, visto che anche Handa nell’ultima di campionato è stato decisivo. Dumfries l’ho rivisto pimpante e Dzeko determinato ad essere protagonista e non controfigura. Qualche movimento più sciolto l’ho colto nell’intera squadra come buon segnale verso una forma ottimale che si avvicina, anche se vedere Barella meno dinamico di come ci ha abituato mi tiene ancora con i piedi saldamente per terra, ma se a Udine dovessimo naufragare, a meno di una frenata generalizzata, vedrei davvero grigio l’immediato futuro. Spero che la squadra mi stupisca e mi faccia una bella sorpresa: mi piaccio tanto da pensare di meritarla e, un po’, che perfino mi sia dovuta. Il fatto che scrivendolo mi è scappato da ridacchiare, non vi tragga in inganno.

P.S. Anche questo scritto consideratelo più l’opportunità di un saluto che qualcosa che abbia altro valore aggiunto.

Giusto un modo di esserci anch’io. Grazie per la lettura e solite, immancabili, scuse per il tempo sottratto.


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