Bones and All

Luca Guadagnino ritorna in sala con “Bones and All“, pellicola presentata (e apprezzata) nel corso della 79° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film, scritto da David Kajganich, che ha già collaborato con il regista in “Suspiria” e “A Bigger Splash“, è un adattamento del romanzo di Camille DeAngelis “Bones & All” (“Fino all’osso”), edito in Italia da Mondadori.

L’ultima fatica di Guadagnino vede coinvolto (anche nelle vesti di produttore) un attore importantissimo come Timothée Hal Chalamet (“Dune“) il quale, a sua volta, aveva già collaborato con il cineasta in “Chiamami col tuo nome“. La pellicola, in Italia, è distribuita da Vision Distribution.

TRAMA:

Bones And All è la storia del primo amore tra Maren (Taylor Russel), una ragazza che sta imparando a sopravvivere ai margini della società, e Lee (Timothée Chalamet), un solitario dall’animo combattivo. Un viaggio on the road in una America straniante e paradossale di due giovani che, alla continua ricerca di identità e bellezza, tentano di trovare il proprio posto in un mondo pieno di pericoli che non riesce a tollerare la loro natura e il temibile segreto che custodiscono.

ATTENZIONE: All’interno della recensione sono presenti degli spoiler necessari alla migliore comprensione di alcuni contesti, dunque se non volete leggere eventuali anticipazioni non proseguite oltre.

Nei film sui vampiri, da “Nosferatu” alla saga di “Twilight” la dipendenza dell’assunzione di sangue, di solito, è qualcosa di più di una semplice voglia di “cibo”. In tali storie si mixano contesti come il sesso, la dipendenza, il potere – ed è per questo motivo che l’evento principale di un film dedicato ai vampiri non deve essere (necessariamente) lo spettacolo letterale di vedere le zanne dei denti che lacerano la carne umana. L’eleganza di quel genere (horror) è che ha una portata metaforica incorporata.

“Bones and All” è un film in cui i personaggi si comportano in modo molto simile ai vampiri pur senza condividere con questi la natura paranormale. Il road movie di Luca Guadagnino, tratto dal romanzo di Camille DeAngelis, racconta infatti le vicende di una coppia di anime gemelle, perse non per loro volontà, ma a causa della loro stessa natura quella di esseri umani cannibali.

I cannibali nell’immaginario della DeAngelis si mimetizzano nella società, ma in realtà sono una razza a parte, con la capacità paranormale di sentire l’odore della carne fresca (e l’uno dell’altro) e il desiderio folgorante e divorante di “nutrirsi” con carne umana.

In questo caso, però, le voglie dei rispettivi personaggi non sono esattamente “elegantemente suggestive” come in un film sui vampiri, anzi. Nel film di Guadagnino nulla è lasciato all’immaginazione e ci ritroveremo, nostro malgrado, ad assistere a scene raccapriccianti con i personaggi che squartano i corpi e li sgranocchiano, con pezzi di carne che si staccano dalle ossa e sangue che schizza ovunque. Puro senso dell’orrore sia visivo che immaginario.

Ciò che lascia perplessi, però, oltre alla già delicata tematica del cannibalismo e al modo scelto per raccontarlo, è che la rappresentazione del macabro rituale sembra del tutto avulsa dal contesto sociale in cui i giovani cannibali si muovono.

Il tempo sembra non passare mai e mentre le povere vittime finiscono nell’oblio quasi subito, i due giovani protagonisti, senza alcun problema, continuano indisturbati a girare l’America senza che nessuno si ponga delle domande o indaghi su come questi poveracci siano stati uccisi .

Se questo suona un po’ grottesco, lo è. Le scene girate (anche se con un’ottima fotografia) sono sgargianti ma contemporaneamente sgradevoli da vedere e immaginare. Ma la ragione ultima per cui non è divertente assistere a queste scene è che il cannibalismo, in questo film, non ha un vero e proprio significato, non porta un contenuto specifico (già di per sé orribile) o un messaggio, non ha alcuna importanza al di là di essere semplicemente sé stessi. Non significa nulla. In questo caso bestie fameliche ossessionate non per loro volontà, a dover compiere atti orripilanti.

Forse, a malapena, potrebbe essere una metafora sulla diversità, ma anche in questo caso (per tutta la visione del film) ci siamo chiesti (come molti colleghi in sala) una domanda che poi non ha trovato alcuna risposta: dopo circa due ore e dieci minuti di film su dei cannibali innamorati, il regista Guadagnino, che messaggio voleva mandare? Che l’essere cannibali è una cosa da considerare normale? Mi dispiace dargli una delusione ma no, non lo è affatto.

In una recente intervista a Vanity Fair, il regista siciliano ha provato a giustificare (seppur parzialmente) i nostri dubbi affermando che “Questo film è una fiaba sulla solitudine dell’esistere e sul desiderio di spezzare questa solitudine grazie all’amore, allo sguardo dell’altro” tuttavia le sue sembrano più scuse dovute alla promozione.

Sicuramente, oltre al cannibalismo, ciò che emerge palesemente è che “Bones and All” è un road movie, in cui i giovani protagonisti (anche e soprattutto a causa del loro inconsapevole “male”) viaggiano in giro per l’America alla ricerca di qualcosa che possa essere per loro normale e stimolante. Dunque il viaggio come metafora della ricerca di sè stessi. Tuttavia le dinamiche sociali che si sviluppano sembrano, talvolta, essere incoerenti: i personaggi possono, per alcuni momenti, comportarsi come zombie affamati di carne, ma loro non sono zombie. Vogliono (e devono) essere sexy, simpatici e comprensibili, ma risultano esattamente il contrario di quanto vorrebbero apparire viste le loro intenzioni fameliche. Come si può far rientrare in tutto questo discorso il fatto di essere normali se pochi minuti dopo li vedi mangiare altre persone come se nulla fosse? Non lo sappiamo.

ATTENZIONE SPOILER

La nostra analisi

Taylor Russell, un’attrice espressivamente malinconica, interpreta Maren, che ha 18 anni e che incontriamo mentre vive ancora con il padre (André Holland) in una roulotte, cercando di inserirsi come una studentessa liceale appena trapiantata. Esce di nascosto dalla sua casa ambulante per partecipare a un pigiama party piuttosto monotono il cui evento più emozionante sembra essere la prova di diversi colori di smalto per le unghie.

La serata sembra procedere tranquilla fino a quando Maren afferra il dito di una delle sue compagne di classe e comincia a mangiarlo, lasciando il dito a malapena penzolante dalla sua mano.

Quando torna a casa, il padre per tutelare (gli inspiegabili) danni della figlia, la obbliga a scappare via con lui prima che arrivi la polizia. Ma lui di lei ne ha abbastanza. Maren si ritrova dunque abbandonata, con un’audiocassetta del padre (è ambientato intorno la fine degli anni 80) che le spiega chi lei è esattamente e perché lui non può più restare a cercare di proteggerla da se stessa.

In giro per conto suo, Maren incontra un altro cannibale, un eccentrico tizio gotico di nome Sully, interpretato da Mark Rylance (migliore performance, nonchè la più inquietante, del film), un uomo che indossa un cappello con una piuma e una lunga coda di cavallo intrecciata e parla con un marcato accento americano del Profondo Sud (la versione visualizzata in sala era l’originale con i sottotitoli in Italiano).

Sully dice a Maren che ha un potere speciale: riesce a sentire il suo odore del sangue anche a distanza. E non perde tempo per condurla al suo “banchetto”, in una scena disgustosa che li vede cibarsi di una pietanza…particolare.

Nella mia vita da recensore ho visto numerosi film “horror” dai contenuti anche esagerati, tuttavia riguardo al gore di “Bones and All”, continuavo a chiedermi: “Qual è il punto di vedere queste scene? Dove vuole andare a parare Guadagnino con tutta questa violenza gratuita?”

Il film non vuole spaventarci. E poiché i personaggi stessi non vivono il loro cannibalismo come disgustoso (il titolo del film descrive perfettamente l’intenzione di questi sfortunati cannibali: mangiare tutto, comprese le ossa), il fatto che noi spettatori lo facciamo non ci invita esattamente a identificarci con loro. Il problema di queste scene è che noi siamo all’esterno.

Maren si sta nascondendo in un supermercato quando attira lo sguardo di Lee (Timothée Chalamet), che si rivela essere un’anima cavalleresca, per non dire il cannibale vestito più alla moda della storia della civiltà. Prima di questa sventurata settimana di fughe, Maren non aveva mai incontrato un altro cannibale; ora, proprio così, ne ha incontrati due (e altri ne verranno) nel giro di neanche due giorni. Che coincidenza. Se questo sembra un po’ inverosimile, pensate che l’intera scneggiatura di “Bones and All”, di David Kajganich (che ha co-scritto “Suspiria” e “A Bigger Splash” di Gaudignino), lascia davvero poco spazio alla logica e alla coerenza che genera un film disordinato e sconclusionato.

Maren e Lee si innamorano (più o meno), ma soprattutto Maren comincia a capire se stessa. Vuole ritrovare sua madre e lo fa, scoprendo che anche lei era una cannibale. Ma anche con la formidabile Chloë Sevigny che interpreta in maniera pregevole la madre malata di mente che addirittura arriva a mangiare le sue stesse mani, il film non compie mai quel balzo che ci permetterebbe di giustificare le due ore di gore senza senso a cui stiamo assistendo. Qui anzi potrebbe addirittura finire il film, visto che quasi tutte le speranze di trovare un senso nel racconto dei due giovani cannibali si sono esaurite. Purtroppo invece, siamo costretti a filarci altri minuti di una pellicola senza senso in cui a salvarsi è solo la straordinaria fotografia che ha come soggetto le città di una america profonda e depressa.

Sono comunque presenti altri bravi attori: Michael Stulhbarg, controcorrente nei panni di un bifolco sorridente in tuta da lavoro, e Jessica Harper, convincente nel ruolo della nonna adottiva di Maren. Che però poi spariscono nel giro di pochi minuti.

A chiudere il cerchio del paradossale lo strano incontro tra Lee e il lavoratore del circo vittima anch’egli della voracità dei cannibali che li spinge ad atti riprorevoli. In questa scena Lee si prostituisce pur di adescare la povera vittima e il regista indugia in maniera maliziosa sull’atto sessuale in sè, quasi a voler aumentare il disgusto verso la loro vita dissennata e come se questo in qualche modo possa aggiungere qualcosa al già riprorevole oltre l’immaginabile gesto a cui assistiamo immediatamente dopo.

La misura è colma, ma per fortuna il film si avvia alla conclusione e così anche la nostra esperienza con questo film. Siamo sicuri che Guadagnino abbia voluto raccontarci qualcosa, putroppo il senso del film, la metafora del viaggio di scoperta e di accettazione di sè si perde tra innumerevoli scene al limite del disgusto che piaceranno poco anche a coloro che hanno una certa dimestichezza con questo tipo di film.

Bones & All arriverà nelle sale italiane il 23 novembre. Lo andrete a vedere? fatecelo sapere sui nostri social

Bones and All – Recensione