Perché strisciano i ragazzi cinesi

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Gioved 17 novembre 2022

Perch strisciano i ragazzi cinesi
editorialista di michele farina

Le pagelle del G20, la sfuriata di Xi, l’ultimatum di Musk, la missione di Cindy, la vittoria repubblicana alla Camera, la vittoria delle unioni omosessuali al Senato, il sorriso ritrovato dei bambini di Kherson, un delitto senza castigo, la parola d’ordine del «Nature Positive», i vecchi sandali di Steve Jobs… Oggi il nostro album di cartoline dal mondo (tra parentesi: come sempre non vanno necessariamente in ordine d’importanza) si apre e si chiude con qualcosa di strisciante: il movimento degli studenti cinesi e una proboscide che spunta dove meno te l’aspetti.

Buona lettura.

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editorialista
di giuseppe sarcina

inviato a Bali

È stato un G20 a trazione americana. Joe Biden ha riaperto il dialogo con Pechino e isolato ancora di più la Russia. Ma nel vertice sono emerse anche altre figure. Proviamo a compilare una pagella, riassumendo i giudizi espressi sui media internazionali e aggiungendoci qualcosina anche del nostro.

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  • Joe Biden: voto 8. Si è presentato al summit con l’obiettivo di bonificare l’area grigia che ancora non ha preso nettamente le distanze da Putin. Il comunicato finale del vertice «condanna la guerra in Ucraina», come proposto dagli Usa e dai suoi alleati. Ed è questo il messaggio recapitato a Putin, anche se viene precisato che «altri Paesi non la pensano così». Nella notte del missile il presidente americano ha gestito con prudenza una situazione potenzialmente molto rischiosa.
  • Jake Sullivan: voto 9. Inseriamo nella lista anche il consigliere per la Sicurezza Nazionale, perché anche al G20 si è confermato l’uomo chiave, il valore aggiunto dell’Amministrazione Biden. Abile negoziatore, grande padronanza dei dossier, capacità di sintesi tra dimensione politica, economica e militare.
  • Narendra Modi: voto 8. È stata la sorpresa di questo G20. Tra i più attivi nel negoziato sul testo finale, tanto che la sua frase copertina «non è questo il tempo della guerra», compare nella stesura definitiva. Il premier indiano ha completato la fase di sganciamento da Putin, iniziata nel settembre scorso a Samarcanda. Ha dialogato con tutti, tranne che con Xi Jinping. Solo una veloce e fredda stretta di mano.
  • Recep Tayyip Erdogan: voto 8. Il presidente turco si conferma uno dei personaggi cruciali sullo scacchiere internazionale. Ha portato a casa, insieme con il segretario dell’Onu Antonio Guterres, la proroga dell’accordo per l’esportazione del grano ucraino. Non era scontato.
  • Xi Jinping: voto 6. Il presidente cinese è tornato a dialogare con gli altri leader, a cominciare naturalmente da Biden. E tutti hanno interpretato l’evento come un segnale promettente. Tuttavia Xi continua a fare da scudo a Putin e al vertice non ha preso alcun impegno preciso su nessun tema: dalla Corea del Nord all’Ucraina, al climate change.

2. Xi-Trudeau: cosa c’è dietro la sfuriata
editorialista
di guido santevecchi

corrispondente da Pechino

Dopo più di mille giorni di distanziamento sociale per la pandemia (che hanno rimarcato anche una chiusura politica della Cina verso il mondo occidentale), Xi Jinping è tornato al dialogo in presenza e al pragmatismo. I politologi osservano che per il G20 ha lasciato i vestiti del «lupo guerriero» e ha partecipato senza mascherina anche alla serata di gala, indossando una camicia balinese come vuole il rituale di questi vertici. Nei tre giorni di Bali ha incassato ed esibito strette di mano calorose, una pacca sulle spalle e oltre tre ore di faccia a faccia con Joe Biden: gran sospiro di sollievo per chi ha paura di una nuova guerra fredda e buona iniezione di ottimismo per le Borse mondiali. E poi ha concesso incontri bilaterali ai leader di Paesi strategici: Australia, Francia, Italia, Olanda, Spagna, Sud Corea. Con tutti, promesse di dialogo e collaborazione economica. Per Giorgia Meloni anche un invito a visitare Pechino.

imageIl presidente Xi con il premier canadese Trudeau

  • Il tour del gran ritorno di Xi sulla scena mondiale dopo Bali ora fa tappa a Bangkok per il vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation): qui è previsto un colloquio importante con il premier giapponese Fumio Kishida. Gli analisti osservano che c’è un evidente cambio di tono nella politica estera cinese: Xi non vuole seguire l’amico Putin nella marcia verso l’isolamento internazionale. Ma non è stata tutta sorrisi la recita di Xi sul palcoscenico del G20.
  • La tv canadese ieri ha colto un fuorionda tempestoso nel quale il leader cinese ha accusato il primo ministro Justin Trudeau di aver «passato ai giornali i temi discussi» nel loro colloquio bilaterale. Martedì i due si erano parlati per una decina di minuti in una sala affollata del summit. «È stato dato tutto alla stampa e in termini non appropriati, non è così che si è svolto il nostro incontro», ha detto Xi in mandarino a Trudeau, contestando con espressione di grave disappunto la fuga di notizie. Un diplomatico cinese ha tradotto in simultanea e il premier canadese è sembrato colpito. Rispondendo ha chinato il capo e ha detto: «In Canada crediamo in un dialogo libero, aperto e franco che continueremo ad avere, ma ci saranno cose sulle quali non siamo d’accordo…». Xi lo ha interrotto sollevando e abbassando le mani per enfatizzare il messaggio: «Allora create le condizioni, create le condizioni, altrimenti è inutile comunicare».
  • Xi era consapevole che la sua sfuriata-sottovoce era ripresa dalle telecamere. E doveva sapere che al Congresso comunista di ottobre a Pechino era appena stata fatta entrare la stampa estera, armata di macchine fotografiche e telecamere, quando ha fatto portare fuori dall’aula l’ex presidente Hu Jintao che probabilmente dissentiva dalla sua linea. In quell’occasione sconvolgente per un Partito abituato a rispettare i suoi anziani dirigenti pensionati, Xi mantenne un distacco gelido. Delle due l’una: o il lunghissimo autoisolamento durante la pandemia lo ha disabituato dai rischi dell’osservazione delle sue mosse, oppure questi fuorionda gli fanno gioco, sono studiati per mandare segnali di durezza ai compagni cinesi e agli avversari occidentali.
  • David Mulroney, ex ambasciatore canadese in Cina non ha dubbi: «Xi ha premeditato il rimprovero e voleva che fosse pubblico, ha interpretato il maestro di fronte allo scolaretto». Conclusione: Xi Jinping si è tolto finalmente la mascherina anti-Covid, si atteggia meno al lupo guerriero ma usa i fuorionda per proiettare la sua forza imperiale.
  • P.S. Che cosa ha fatto spazientire Xi a Bali? In particolare, la stampa canadese è stata informata che Trudeau nel breve faccia a faccia di martedì ha sollevato «con grande preoccupazione il tema delle interferenze cinesi nella politica interna canadese». Pechino naturalmente nega la circostanza che ha creato molto scalpore a Ottawa. I media canadesi hanno riferito di una rete clandestina che avrebbe sostenuto e finanziato candidati politici filo-cinesi alle elezioni.
  • I rapporti tra Ottawa e Pechino si sono deteriorati dal 2018, quando la polizia canadese arrestò all’aeroporto di Vancouver Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei, su richiesta della giustizia americana. Per rappresaglia la Cina mise in carcere due cittadini canadesi con l’accusa di spionaggio. Il caso si è chiuso con la liberazione dei tre, ma la tensione è rimasta: Huawei è stata esclusa dalle infrastrutture per il 5G in Canada per ragioni di sicurezza nazionale.
3. Il movimento strisciante dei ragazzi cinesi

(Guido Santevecchi) Una performance artistica? O un segnale di frustrazione dopo tre anni di pandemia che hanno schiacciato gli spazi di libertà giovanile?

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  • Sociologi e politologi si stanno interrogando in Cina su una nuova moda strisciante (letteralmente) che si diffonde nei campus universitari: da alcune settimane gli studenti si riuniscono di notte, si mettono in cerchio, si chinano a quattro zampe e avanzano strisciando. Un movimento a circolo chiuso, senza sbocchi. Le scene rimbalzano nei videoclip postati sui social media mandarini.
  • La politica Zero Covid continua a imporre lockdown e restrizioni a milioni di cinesi. È bastato un solo contagio accertato ieri alla Peking University per chiudere a chiave i cancelli della gloriosa istituzione e confinare all’interno studenti e professori. Va avanti così dal gennaio 2020 e un’intera generazione di studenti si sente derubata degli anni più felici e creativi prima di cominciare a lavorare. In questi lunghi mesi sono sorti movimenti tra la goliardia e la protesta sociale.
  • Prima il «Tangping», che significa «stare sdraiati» e nel 2021 è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Nel 2022 il «Bailan», che significa «lascia marcire» e rappresenta un disinteresse estremo per produzione, lavoro, economia. I giornali statali di Pechino hanno contestato questi due slogan giovanili che correvano sul web, accusandoli di disfattismo: «È una vergogna sentire ragionamenti rinunciatari e disfattisti nella nostra società socialista». Ma come catalogare la nuova mania dei giovani chiusi in cerchio a strisciare nella notte? Non è detto che avanzare carponi riduca il loro impegno di studenti e in futuro di lavoratori. Però un certo allarme c’è, perché sui social qualche studente cinese ha cominciato a spiegare: «Esauriti dai lockdown e dall’incertezza sul nostro futuro, la perdita di significato accresce il senso di crisi esistenziale. Strisciare insieme è un rito collettivo che ci permette di sfogarci usando il nonsenso contro il nonsenso che ci circonda». Un altro commento: «Inutile speculare se si tratti di un gioco, di performance artistica o di attività organizzata. Quello che conta è che sta succedendo nei nostri campus dove ci si annoia negli anni che dovrebbero essere i più solari della nostra vita, ricchi di contatti sociali… invece vediamo solo le aule, i dormitori e la mensa, quando non sono chiuse».
  • A quanto si dice, il movimento strisciante su gomiti e ginocchia è stato lanciato da uno studente dell’Università di scienze della comunicazione. Le autorità dell’ateneo dicono che stanno «analizzando il comportamento». Gli esperti interrogati dai media osservano che questa moda «rivela qualcosa sullo stato mentale dei nostri studenti». Ancora l’Università della comunicazione è intervenuta per sconsigliare un’altra attività di sfogo lanciata dagli studenti: ritagliare nel cartone figure di animali domestici, metterli al guinzaglio e portarli a spasso come se fossero vivi, oppure allinearli di fronte ai dormitori. Anche in questo caso, c’è stata una pioggia di videoclip sul web con le istruzioni per far nascere da scatole di cartone cani e gatti realistici. Nonsenso per rispondere al nonsenso di anni sospesi in ossequio alla Tolleranza Zero verso il coronavirus dettata dal Partito-Stato.
4. I repubblicani conquistano la Camera
editorialista
di viviana mazza

corrispondente da New York

Il partito repubblicano ha conquistato i 218 seggi necessari per la maggioranza alla Camera: una maggioranza estremamente ridotta (i repubblicani dovrebbero alla fine vincere tra i 218 e i 223 seggi su un totale di 435, secondo le proiezioni), ma sufficiente per bloccare il programma legislativo del presidente degli Stati Uniti per i prossimi due anni e aprire indagini su Joe Biden e suo figlio Hunter. Alcuni deputati vogliono il suo impeachment, ma si arenerebbe comunque al Senato, del quale i democratici mantengono il controllo.

imageIl leader dei Repubblicani alla Camera, il californiano Kevin McCarthy

  • È il risultato delle ultime elezioni di midterm, nelle quali era stata prevista la possibilità di un’onda rossa dei repubblicani, che non si è materializzata nonostante l’inflazione, il basso tasso di approvazione del presidente, il fatto che diversi distretti erano stati ridisegnati (gerrymandering) a loro vantaggio e nonostante lo storico vantaggio di cui gode il partito di opposizione nel voto di metà mandato. I democratici sono riusciti a difendere anche seggi estremamente in bilico in distretti moderati e suburbani, dalla Virginia al Minnesota al Kansas (qui l’articolo completo).
5. La missione (vincente) di Cindy McCain
editorialista

«Abbiamo piantato un paletto nel cuore della macchina dei McCain», disse Kari Lake, accompagnando alle sue parole il gesto di un accoltellamento, pochi giorni dopo aver vinto le primarie repubblicane per l’elezione a governatore dell’Arizona. Era l’inizio di agosto.

imageCindy MCain con il marito John e Joe Biden

  • Adesso che Lake ha perso malamente, adesso che l’Arizona — Stato tradizionalmente conservatore — ha un governatore democratico e due senatori democratici, quelle parole risultano non soltanto inutilmente macabre — i paletti si piantano nel cuore dei vampiri — ma politicamente malconsigliate. Perché la «macchina dei McCain» che per 35 anni ha fedelmente garantito in Arizona vittorie a John McCain, prima alla Camera poi al Senato (McCain è morto nel 2018 a 81 anni) è in realtà sempre stata la macchina di sua moglie Cindy, ricchissima ereditiera che sposò l’eroe di guerra molto più grande di lei (oggi Cindy McCain ha 68 anni), una fittissima rete di contatti nelle camere di commercio, nelle tv e radio e nei giornali locali, tra i piccoli business e quelli più grandi (è figlia di Jim Hensley, eroe della seconda guerra mondiale e uno dei più grandi distributori di birra degli Stati Uniti).
  • E Cindy McCain dopo la morte del marito si è data una missione: sconfiggere Trump e il trumpismo, memore degli insulti che Trump riservò a suo marito («A me piacciono quelli che non si sono fatti catturare», rise Trump nel 2016 riferendosi a John McCain, prigioniero per cinque anni e mezzo dei vietnamiti). Cindy McCain, repubblicana da sempre, ha votato democratico per la prima volta nel 2020, per l’amico Joe Biden, diffondendo un video nel quale lo sguardo glaciale non lasciava intendere nulla di buono per Trump. «Sapevo che era necessario dare un contributo alla vittoria di Joe Biden. Ne avevo abbastanza».
  • Dopo cinque anni di silenzio dignitoso senza mai nominare Trump, che spesso insultò suo marito anche dopo la morte, la signora McCain era apparsa in video alla convention democratica (virtuale causa covid) dell’agosto 2020 parlando benissimo di Biden ma senza appoggiare ufficialmente Biden. Qualche settimana dopo, vennero diffusi i commenti di Trump che avrebbe definito i caduti in battaglia «perdenti e stupidi». «Ho pensato: “Mio Dio, come può dire una cosa del genere sui nostri giovani che sono disposti a combattere e morire per questo Paese. E avevo ascoltato le sue invettive contro le famiglie dei caduti, e ogni colpo era peggiore del precedente. Basta, ho pensato».
  • Da allora l’Arizona è democratica, e Cindy Hensley McCain è ambasciatrice della missione Usa presso le agenzie del polo alimentare dell’Onu a Roma.
6. Nozze gay, il Senato approva
editorialista
di monica ricci sargentini

Entro la fine della settimana il Senato americano darà il via libera definitivo al «Respect for Marriage Act» sulle unioni omosessuali. Ieri il provvedimento ha passato a larga maggioranza il voto procedurale, 62 a favore e 37 contrari, mettendo fine al dibattito in aula. Con i democratici hanno votato dodici senatori repubblicani, dopo che un compromesso bipartisan aveva inserito nel testo la protezione della libertà religiosa. Il capogruppo dei democratici Chuck Schumer ha detto che «questa è l’occasione «perché il Senato sia all’altezza dei suoi ideali». «Renderà il nostro Paese migliore, un posto più giusto in cui vivere». La figlia di Schumer è sposata con una donna e la coppia aspetta un bambino.

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  • Il testo approvato dal Senato non imporrà la celebrazione delle nozze tra persone dello stesso sesso in tutti gli Stati dell’Unione, ma garantirà il riconoscimento dei matrimoni gay da parte del governo federale a coloro che si sono sposati in uno Stato dove questo tipo di unione è garantita e si siano trasferiti dove invece non è riconosciuta. La norma si applicherà anche ai matrimoni interrazziali. Inoltre, viene abolito il Defense of Marriage Act, la legge varata nel 1996 che a livello federale definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna. La legge emendata dovrà ora tornare alla Camera, che aveva già approvato la prima versione a luglio.
  • I democratici hanno voluto dare un’accelerazione al varo del provvedimento, approfittando della maggioranza in entrambe le Camere di cui ancora godono nell’attuale Congresso. A dare un ulteriore impulso alla legge sono state anche le posizioni espresse dal giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, che in occasione della decisione che ha abolito il diritto di aborto a livello nazionale aveva lasciato intendere di voler mettere mano anche ad altri diritti, come quello relativo alle nozze gay. Il presidente americano Joe Biden ha promesso che «firmerà rapidamente la legge». «Love is love — dice Biden — Gli americani hanno il diritto di sposare chi amano».
editorialista
di massimo gaggi

da New York

Scade oggi alle ore 14 di San Francisco, le 23 in Italia, l’ultimatum di Elon Musk ai superstiti dell’onda dei licenziamenti che dieci giorni fa ha dimezzato il personale di Twitter: a chi è rimasto è stato chiesto di firmare un impegno a lavorare hardcore, molte ore al giorno e ad alta intensità per salvare il salvabile. L’alternativa: passare dall’ufficio del personale, ricevere 90 giorni di stipendio e lasciare il gruppo.

imageEric Frohnhoefer: licenziato da Twitter perché ha contraddetto il capo

  • Come per il licenziamento di 3.700 dei 7.500 addetti di Twitter, l’argomento usato dal nuovo proprietario è che l’azienda, in profondo rosso mentre la pubblicità continua calare, è già alla sua ultima spiaggia: ristrutturarsi e rinnovarsi o fallire. E, come per la precedente riduzione della forza lavoro, Elon ha ignorato le leggi della California che prevedono un preavviso scritto di 60 giorni prima di avviare licenziamenti di massa. E per questo è stato denunciato da diversi ormai ex dipendenti. Nel weekend si sono visti comunicare la fine del rapporto di lavoro anche 4.000 dipendenti a contratto: soprattutto moderatori ai quali era affidato il delicato compito d filtrare i contenuti immessi dagli utenti sulla piattaforma, eliminando quelli più estremi e offensivi. Musk potrà anche dire che queste amputazioni sommarie vengono decise per salvare l’azienda, ma negli ultimi giorni ha mostrando anche il suo volto di datore di lavoro spietato che non tollera critiche.
  • Martedì si è sparsa la voce che aveva licenziato anche una ventina di dipendenti che lo avevano criticato privatamente o pubblicamente, sul web. Il primo è stato uno sviluppatore, Eric Frohnhoefer: quando, domenica, Musk si è scusato con gli utenti di diversi Paesi per l’estrema lentezza del servizio di Twitter dovuta, secondo lui, al modo in cui sono stati gestiti i dati, Eric lo ha contraddetto: «Non è così». Musk lo ha subito licenziato insieme con una ventina di altri dipendenti che avevano dato testimonianza dell’accaduto attraverso i social media. E ha reso nota la vicenda con tweet sarcastici: «Mi devo scusare per aver licenziato simili geni: il loro immenso talento sarà sicuramente di grande utilità altrove».
8. Chi ha comprato i sandali di Steve Jobs

Steve Jobs avrebbe licenziato un dipendente che osava contraddirlo in pubblico nell’America del 2022? Di certo il fondatore di Apple, scomparso per un tumore nel 2011, sorriderebbe per la fine che hanno fatto un paio dei suoi vecchi sandali Birkenstock usati tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. I cimeli sono stati battuti all’asta da Julien’s Auctions in California per la bellezza di 200 mila dollari.

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  • Sarebbero i sandali che aveva ai piedi quando trafficava nel garage di Los Altos nel 1976, all’inizio della sua avventura. Hanno fatto il giro del mondo, in mostra tra New York e Milano ricorda il Times, anche dopo la morte di Jobs. Al Washington Post una fidanzata dell’epoca, Chrisann Brennan, ha raccontato che quei sandali «erano parte del suo lato semplice. E che li indossava anche d’inverno». Ignoto il nome del feticista che li ha acquistati per una fortuna. Dove finiranno? In una teca e magari, chissà, all’occasione saranno indossati in una giornata di tiepido inverno californiano.
editorialista
di lorenzo cremonesi

inviato a Kiev

Delitto e castigo: il primo indubbiamente c’è stato, ma il secondo? È attesa per oggi la sentenza del tribunale di Amsterdam contro quattro uomini legati ai servizi di sicurezza russi accusati dell’abbattimento dell’aereo delle Malaysia Airlines nei cieli dell’Ucraina orientale.

imageI resti dell’aereo civile abbattuto in Ucraina nel 2018 dai filo-russi

  • Era il 17 luglio 2014, i russi, dopo avere occupato la Crimea, stavano fornendo armi e munizioni ai separatisti locali nel Donbass contro il neonato esercito ucraino. Una giornata calda, con nuvole bianche a punteggiare l’azzurro pulito e a terra campi di papaveri e girasoli. Ormai è provato che un missile terra-aria Buck di fabbricazione russa colpì il velivolo a oltre 10.000 metri d’altezza. Noi giornalisti, accorsi a decine sul luogo, trovammo i resti della carlinga bucherellati dalle schegge dell’esplosione; fu subito evidente che non si trattava di un incidente.
  • Per i 298 a bordo tra passeggeri ed equipaggio non ci fu scampo, per giorni e giorni la polizia locale e squadre di volontari setacciarono il suolo in cerca dei loro resti. E le responsabilità russe furono subito evidenti. Nei giorni precedenti erano stati visti e fotografati i camion carichi di Buck in entrata dalla Russia. Tra gli accusati c’era Igor Girkin, un ex colonnello dei servizi segreti russi che a quel tempo fungeva da ministro della Difesa nelle zone separatiste. Tra parentesi, allora appariva anche evidente che senza l’aiuto militare di Mosca i filorussi locali sarebbero stati sbaragliati rapidamente dagli ucraini. I russi negarono ogni responsabilità e risposero proponendo teorie irrealistiche sulle responsabilità ucraine e persino della Cia. Il verdetto contro la Russia oggi appare scontato e assume un’importanza speciale alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Ma i quattro accusati restano in Russia sotto la protezione di Putin.
10. Le risate dei bambini di Kherson
editorialista
di andrea nicastro

inviato a Odessa

Piccoli segni di vita a Kherson. La città resta isolata. Per arrivarci si attraversano mulattiere tra i campi che hanno ancora i peperoni gialli rossi e verdi attaccati alle piante perché chi doveva raccoglierli è scappato. Le strade normali non sono sicure, troppe mine e nessun ponte in piedi. Chi raccoglie i cadaveri degli ultimi scontri ha appena finito il suo ingrato compito e chi invece deve riattivare le antenne telefoniche ha appena cominciato. Adesso c’è linea in Piazza Libertà e in pochi altri quartieri. Squadre di investigatori in tuta nera sono arrivati da Kiev per fotografare i luoghi dei crimini di guerra.

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  • Anche le «cantine» di Kherson entreranno nel dossier degli orrori che l’Ucraina sta compilando. Il sogno è sbattere migliaia di pagine inconfutabili con nomi di vittime e carnefici sul tavolo della pace. Per otto lunghissimi mesi, nei sotterranei della Kherson russa la gente è stata detenuta e torturata per un link sul telefonino, per un’occhiata storta, per una delazione. Quanti non sono più tornati? Forse 600, ma è troppo presto per dirlo. Kiev immagina un giorno di poter richiedere i danni e, magari, processare i colpevoli. Non c’è pace senza giustizia. È il sogno. Per la città girano forze speciali in caccia di russi imboscati che per il momento sembrano una fantasia.
  • Dei 350 mila abitanti ne sono rimasti 50 mila, al massimo. Altrettanti o di più sono scappati assieme alle truppe di Mosca. Erano i collaborazionisti o le famiglie dei funzionari inviati dal Cremlino a russificare la città «eternamente russa». Con quest’afflusso di becchini, investigatori dell’orrore e commando, con il rombo dei cannoni e i boati delle esplosioni che si sentono ogni minuto, ci si aspetterebbe una città cupa, ripiegata sui suoi 8 mesi di cattività. Un tempo lunghissimo in cui la vita o la morte dipendevano dal capriccio di un soldatino nervoso o ubriaco, comunque non perseguibile. Invece no. Kherson è oggi una città allegra.
  • I contadini della prima periferia hanno ricominciato a portare in città uova, latte e verdure e improvvisamente le strade si sono popolate di bambini. I piccoli sono rimasti chiusi nelle case per mesi. Il timore dei genitori era di imbattersi in una pattuglia russa con tutto il carico di arbitrarietà e violenza che ciò poteva portare con sé. Così i bambini se ne stavano in casa a guardare le facce lunghe di mamma e papà. Per qualche settimana qualcuno ha fatto lezioni on line, ma poi bombardamenti e black out hanno impedito i collegamenti e allungato la noia. Adesso il mondo si è di nuovo aperto davanti a quei piccoli carcerati.
  • E i bambini corrono, si inseguono, gridano, cantano. Hanno mesi di energia compressa da sfogare. Mesi di paura, a letto con poca cena e tanto grigiore in famiglia. Hanno sentito di grandi scomparsi. Hanno sentito e sentono tutti i momenti di esplosioni, bombe, morti. Ma mamma e papà adesso li portano fuori, li lasciano correre dieci metri avanti nel marciapiede, li lasciano arrampicare sul piedistallo del monumento. E i piccoli si riprendono l’infanzia. Persino il sole d’autunno li abbraccia. Magari sarà per pochi giorni, fino al prossimo allarme. La guerra non è finita, ma nessuno lo dice ai piccoli. Che giochino senza pensieri per qualche ora. Almeno questo glielo dobbiamo.
11. Chi (non) vincerà in Ucraina?
editorialista

La Russia rinforza le sue linee e martella con i missili le cittadine dell’Ucraina. Colpita, dopo molto tempo, anche la zona di Odessa. Gli ucraini avrebbe replicato centrando una base in Crimea usando artiglieria a lungo raggio. Potrebbe essere questo il sentiero di guerra per i prossimi mesi.

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  • Il capo di Stato Maggiore americano Milley (foto sopra) è tornato sulle prospettive della crisi: è impossibile al momento una vittoria totale dell’Ucraina, non ci sono le condizioni. Un giudizio già espresso qualche giorno fa provocando le ire di Zelensky. Quali sono i parametri? Washington è risoluta nel sostenere la resistenza, come dimostra la richiesta al Congresso di approvare una montagna di aiuti (alla fine potrebbero arrivare a 100 miliardi di dollari). L’appoggio militare non mancherà. Al tempo stesso esplora le vie negoziali senza però voler imporre l’agenda all’Ucraina (saranno i dirigenti a decidere).
  • A proposito di aiuti. La Svezia ha approvato il nono pacchetto, presentato come il più importante. Prevede: sistemi anti-aerei, munizioni, equipaggiamento invernale e materiale per i civili.
  • Evgeny Prigozhin, il capo della compagnia di sicurezza privata Wagner, così fondamentale con i suoi mercenari nelle operazioni belliche, starebbe meditando di costituire una propria forza politica. Lo scrive Medusa. Notizia da verificare nelle settimane a seguire, in linea con le ambizioni del «gerarca» molto vicino a Putin. In questo scenario offrirebbe al suo leader un partito di fedelissimi e un braccio armato (i pretoriani del Cremlino).
12. Iraneide: la rivolta dei ragazzi, i droni nel Golfo

(Guido Olimpio) Molte notizie con al centro l’Iran, Paese dove continuano proteste e repressione feroce da parte del regime. La sintesi è una tensione costante, con conseguenze internazionali.

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  • Un commando terroristico ha aperto il fuoco nel bazar di Izeh, provincia del Kuzhestan, almeno 5 i morti. Non è ancora chiara al momento la matrice. Sono attive diverse formazioni, dallo Stato Islamico a oppositori interni (curdi, baluchi, separatisti arabi).
  • Un drone ha centrato una petroliera legata ad una compagnia israeliana nel Golfo di Oman. Danni contenuti. C’è il sospetto che ad agire siano stati i pasdaran iraniani, episodio che è parte della «guerra segreta» tra Gerusalemme e Teheran. Ognuno porta i suoi colpi ma non sempre rivendica. Chi deve capire capisce.
  • Fonti di intelligence occidentale hanno lanciato allarme sulle minacce esercitate dagli ayatollah sugli esuli. C’è il timore di possibili attentati per silenziare le voci del dissenso. In particolare due giornalisti residenti in Gran Bretagna sarebbero nel mirino dei servizi segreti khomeinisti. I tribunali della Repubblica islamica hanno emesso tre condanne a morte nei confronti di tre dimostranti. Secondo associazioni umanitarie, sono oltre 360 le vittime delle forze di sicurezza e 16 mila gli arresti.
13. Il nuovo mantra: Nature Positive
editorialista

Ancora non si è chiusa la Conferenza sul clima dell’Onu a Sharm el Sheikh (Cop27) e già si pensa alla Conferenza sulla biodiversità che si aprirà il 7 dicembre a Montreal, in Canada (Cop15). Le aspettative sono altissime, da mesi si preannuncia un accordo che potrebbe avere lo stesso spessore del Patto di Parigi sul clima del 2015. I temi, d’altra parte, sono strettamente intrecciati perché proteggere la natura significa preservare la biodiversità ma anche mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Basti pensare al ruolo che ha la foresta pluviale amazzonica sugli equilibri del pianeta.

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  • A Montreal si parlerà di una strage: le popolazioni mondiali di fauna selvatica sono diminuite di oltre due terzi dal 1970, ha denunciato un recente rapporto del World Wildlife Fund (WWF). Da parte sua, la natura ha assorbito il 54% dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo negli ultimi dieci anni, ma questa capacità «ripulitrice» di foreste, oceani e altri ecosistemi si sta indebolendo.
  • Il nuovo motto tra biologi e ambientalisti è essere «Nature positive». In altre parole, fermare e invertire l’attuale tendenza alla distruzione degli ecosistemi, entro la fine del decennio. «L’idea è che ci dovrebbe essere più natura nel 2030 rispetto al 2020», ha spiegato il direttore della Global Nature Positive Initiative del Wwf. Un obbiettivo equivalente all’impegno, in ambito climatico, a non superare +1,5°C di aumento della temperatura terrestre rispetto alle temperature pre-industriali. Secondo naturepositive.org, attraverso la misurazione metrica di variabili come la copertura degli alberi, l’integrità degli habitat o il numero di specie è possibile quantificare il grado di protezione e il ripristino di processi naturali, ecosistemi e specie. Quindi, dare un valore al grado di «positività naturale» di un Paese (qui l’articolo completo in Mondo Capovolto, imperdibile newletter del Corriere della Sera).

Immagini che hanno fatto il giro del mondo: in Kenya il giovane reporter tv Alvin Kaunda sta parlando di biodiversità e sostenibilità in una location molto speciale, l’oasi dello Sheldrick Wildlife Trust a Nairobi. Alle sue spalle, un piccolo elefante orfano vuole capire che cosa sta succedendo. Comincia a esplorare il nuovo arrivato con lo strumento migliore che ha in dotazione: la proboscide. Kaunda ha restistito per diversi secondi prima di scoppiare in una risata.

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Grazie. A domani. Cuntrastamu.

Michele Farina

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